1º Premio Europeo 2015

C’era un po’ più di attesa quest’anno per il round finale del nostro premio intitolato agli amici Rinaldo Bontempi e Maurizio Laudi. Torino veniva da un anno intero di manifestazioni sportive nel grande contenitore della Capitale dello Sport Europeo e invece di aver fatto l’abitudine tanto al piccolo (ma interessante) evento che al grande, pretendeva giustamente di migliorare sempre più il livello. E a noi con la premiazione annuale toccava di fatto chiudere il ciclo, giusto un paio di giorni prima degli stati generali convocati per fare il bilancio dei 12 mesi trascorsi.

Noi dal nostro canto ci eravamo impegnati a fondo nel lungo periodo, perché avevamo mantenuto sì le cinque classiche sezioni, ma avevamo aggiunto il “1° Premio Europeo 2015”. Sapevamo che avrebbe comportato allargare la fase istruttoria non soltanto oltre i confini del Piemonte, ma anche e soprattutto dell’Italia stessa, ma quello che non avremmo mai immaginato era che avremmo superato anche i confini dell’Europa stessa.

Volevamo dare un segnale che partendo dallo sport e ispirandosi alla nostra Carta Etica del Piemonte, incidesse nel profondo. Con tutti i temi controversi che affrontiamo in questi anni, con le tensioni ricorrenti, con i problemi concreti che si cerca di affrontare e risolvere, si trattava soltanto di scegliere e trovare l’argomento, la situazione, la motivazione e anche e soprattutto la persona giusta.

Avevamo sondato all’inizio le periferie delle grandi città, nelle quali si era da tempo cercata una integrazione attraverso l’attività e l’impiantistica sportiva, ma la strada si sarebbe poi rivelata pochi mesi dopo perlomeno improbabile perché proprio da quelle “banlieue” sono partiti i terroristi dell’eccidio parigino.

Avevamo pensato al tema del razzismo nello sport, ai tanti, troppi episodi accaduti, e a chi giustamente ed efficacemente ha avuto ed ha il coraggio di contrastarlo personalmente, un nome su tutti Lilian Thuram, campione assoluto nello sport e nella vita. C’erano poi le istituzioni internazionali del calcio, che in quel campo in particolare sembravano agire efficacemente ormai da tempo. Poi però sono arrivate in rapida successione la decapitazione prima della FIFA con Blatter nel mirino dei giudici americani, e poi dell’UEFA, con Platini sospeso per corruzione. A quel punto abbiamo deciso di pensare ad altro.

 

Il “brutto della diretta” ci portò sui teleschermi l’azione più vigliacca e cattiva, quello sgambetto da espulsione dalla comunità civile, della giornalista ungherese che fece cadere nel fango un padre con il bimbo stretto al collo. In molti, moltissimi, si ebbe la sensazione sgradevole di aver assistito a un atto immondo, privo di umanità, crudele e meschino. Le immagini più delle parole fecero il giro del mondo, e seguendo con un po’ di attenzione le notizie di agenzia, i brevi flashes pubblicati su l’Equipe, scoprimmo che quel profugo disperato era un allenatore di calcio siriano. Trovammo il nome, Ossama al Abed al Mohsen, e ne seguimmo le tracce. Partimmo dalla Germania, da Monaco di Baviera, dove il Bayern e in particolare Franz Beckenbauer riuscirono a far trovare a lui e ai due figli un alloggiamento un po’ più confortevole del campo profughi.

Il calcio ha una dark-side molto frequentata, ma c’è anche l’altra faccia della medaglia capace di piccoli miracoli. La meta finale per la famiglia Al Mohsen era la Spagna, e furono telefonate importanti e subito risolutive a far partire padre e figli per Madrid. Qui perdemmo le tracce per un po’, poi, grazie anche al giornalista Filippo Maria Ricci, arrivammo a lui, a un uomo modesto ma sicuro delle proprie capacità, già proiettato nell’attività che ama di più: allenare i ragazzini. Lo trovammo al Getafe, una delle quattro squadre di Madrid e così iniziò la nostra frequentazione, la trasferta a Torino insieme con Mohammad (16) tesserato fra gli allievi e Zaiz (6 anni da compiere a gennaio), e la consegna del premio con la seguente motivazione :

Le indicibili traversie incontrate da Ossama al Abed al Mohsen, e dalla sua famiglia in questi anni di vita da profughi, le prime vessazioni dopo la fuga in Turchia e nei due anni di permanenza, il viaggio della disperazione fino all’approdo europeo, devono essere da oggi soltanto il ricordo di una fase difficile della vita. Il domani si è riaperto in Spagna con la ripresa del lavoro da allenatore dei giovani, i maestri che faranno diventare campioni o anche soltanto buoni sportivi il sedicenne Mohamad, e il piccolo Zaid che compirà 6 anni a gennaio.

“Torino da oggi ha tre amici in più, sono Ossama e i suoi figlioli Mohamad e Zaid. A loro va un indirizzo di saluto che travalica tutti i confini e si riassume in uno schietto

Benvenuti in Torino, Piemonte, Italia, Europa, Terra !

Nei loro tre giorni a Torino, Ossama e i suoi figli sono stati ricevuti dal sindaco Piero Fassino, hanno vissuto il centro storico intensamente, hanno visitato il Museo del Cinema, sono saliti sulla cima della Mole Antonelliana, hanno tirato due calci al pallone nello Stadio Olimpico, e allo Juventus Stadium hanno assistito alla partita di Champions League.

Buona fortuna !!!